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Ho nascosto il mio nome
Ho nascosto il mio nome tra le vertebre del vento, dove l’eco mastica sillabe d’ombra e le restituisce senza volto. Cammino su scale che non salgono, incise nel marmo del sonno, mentre un orologio cieco beve minuti da una coppa rovesciata. Le mie mani — due mappe bruciate — cercano confini nel petto del silenzio, ma il silenzio ha denti di vetro e mastica le promesse non nate. Un cavallo di nebbia attraversa la fronte del mare, trascina con sé una costellazione spenta, e ogni stella è un errore che ha imparato a splendere al contrario. Ho parlato con un albero capovolto: mi ha detto che le radici sognano il cielo e che la terra è solo una memoria troppo pesante. Così mi spoglio del peso delle direzioni, divento nord senza bussola, divento domanda senza bocca, divento porta che si apre verso un muro. E quando infine cade la notte — non sopra, ma dentro — mi sciolgo come neve in un pugno chiuso, lasciando tra le dita una forma che non ha nome, ma respira.
Ho nascosto il mio nome tra le vertebre del vento, dove l’eco mastica sillabe d’ombra e le restituisce senza volto. Cammino su scale che non salgono, incise nel marmo del sonno, mentre un orologio cieco beve minuti da una coppa rovesciata. Le mie mani — due mappe bruciate — cercano confini nel petto del silenzio, ma il silenzio ha denti di vetro e mastica le promesse non nate. Un cavallo di nebbia attraversa la fronte del mare, trascina con sé una costellazione spenta, e ogni stella è un errore che ha imparato a splendere al contrario. Ho parlato con un albero capovolto: mi ha detto che le radici sognano il cielo e che la terra è solo una memoria troppo pesante. Così mi spoglio del peso delle direzioni, divento nord senza bussola, divento domanda senza bocca, divento porta che si apre verso un muro. E quando infine cade la notte — non sopra, ma dentro — mi sciolgo come neve in un pugno chiuso, lasciando tra le dita una forma che non ha nome, ma respira.